

168. Cambogia: il sanguinario regime dei khmer rossi di Pol Pot.

Da: R. La Valle, Dossier Vietnam Cambogia, Editrice Claudiana,
Torino, 1981.

Preso il potere nel 1975, Pol Pot, principale esponente del
movimento comunista dei khmer rossi, instaur in Cambogia uno
spietato regime dittatoriale, deportando in massa la popolazione
urbana nelle aree rurali ed eliminando gli oppositori e i presunti
tali attraverso veri e propri eccidi di massa. Un'agghiacciante
testimonianza dei metodi sanguinari usati da Pol Pot ci  offerta
dal seguente passo di Raniero La Valle, uno dei pi prestigiosi
esponenti del mondo cattolico italiano, distintosi nell'attivit
giornalistica e in quella politica per il suo impegno a favore
della pace.


A Phnom Penh, in piena citt, c' un cimitero di ossa insepolte.
La terra, non ancora bonificata, restituisce e quasi espelle i
resti degli uccisi. Si cammina sulle ossa.
Sono le tracce delle stragi compiute dagli ex governanti
cambogiani. Giunti al potere nell'aprile 1975, essi prima
chiamarono a raccolta gli ufficiali e i soldati del precedente
regime filo-americano di Lon Nol, dicendo di aver  bisogno di loro
per ricostruire l'esercito, e li uccisero. Poi fecero appello ai
funzionari e agli impiegati. Noi, dissero, siamo dei guerriglieri
venuti dalla giungla, non conosciamo i segreti dell'apparato
statale; abbiamo bisogno di voi per ricostruire le strutture
amministrative e burocratiche; e quando vennero, gli fecero
scavare delle fosse, e li uccisero. Poi cominciarono a uccidere
gli intellettuali, considerati infetti della vecchia cultura; una
direttiva di Pol Pot stabiliva che in ogni villaggio bisognava
eliminare almeno 15 intellettuali; la presidente della Croce Rossa
[...] si salv perch si finse analfabeta. Di 500 medici, ne sono
sopravvissuti 54, di 156 farmacisti, 15, di 19 professori
universitari di medicina, nessuno. Perfino di 19 guide turistiche,
ne sono state uccise 17. Uccisi sono stati il 90% degli artisti,
1120 su 1241; lo stesso  avvenuto per gli insegnanti di scuole
secondarie e primarie; ma ben presto gli eccidi si sono estesi a
tutta la popolazione e a tutte le classi sociali. In un processo
contro gli autori dello sterminio celebrato a Phnom Penh
nell'agosto 1979 con l'intervento anche di giuristi stranieri, si
 valutato, sulla base di documenti, prove e indagini
demografiche, che 3 milioni di cambogiani, su una popolazione di 7
milioni di abitanti, sono stati uccisi o sono morti in seguito
alle persecuzioni, i maltrattamenti e le privazioni subite sotto
il regime di Pol Pot.
Un vero genocidio, che vuoi dire l'uccisione della maggior parte
di un popolo. [...].
Il regime di genocidio aveva naturalmente i suoi monumenti e le
sue installazioni privilegiate, come il regime nazista li aveva ad
Auschwitz o a Dachau. Uno di questi era il liceo francese di Tuol
Sleng. Fu trasformato in prigione, in luogo di tortura e di
sterminio. Attraverso di esso sono passati ventimila cambogiani, e
anche un certo numero di stranieri, americani, australiani,
francesi. Ne sono sopravvissuti solo quattro, che facevano parte
di un gruppo di sedici prigionieri, portati via dai miliziani di
Pol Pot al momento della caduta di Phnom Penh, il 7 gennaio 1979.
Intercettati dai vietnamiti, ci fu uno scontro a fuoco, e quattro
prigionieri riuscirono a fuggire. Altri 14 morirono invece
l'ultimo giorno del regime di Pol Pot, e sono stati gli unici che
hanno potuto avere una sepoltura, nel cortile della scuola.
In fondo a questo cortile si alza una specie di forca, che in
realt  uno strumento di tortura a cui i prigionieri venivano
appesi per i piedi, mentre la testa veniva immersa in un orcio
pieno d'acqua, fino ai limiti del soffocamento [...].
A sale di interrogatorio e di tortura erano state adibite le aule
che si aprono sul corridoio del primo edificio del complesso
scolastico. I prigionieri venivano stretti coi ferri ai letti di
contenzione, che avevano preso il posto dei banchi; il carceriere
o l'aguzzino sedeva al tavolo accanto, per raccogliere la
confessione; e quando la confessione non veniva, faceva ricorso a
tutti i mezzi per estorcerla con la violenza. Sulla lavagna c'era
scritto il regolamento, cio le norme a cui i prigionieri dovevano
obbedire durante l'interrogatorio. L'art. 1 diceva: non cercare di
eludere la mia domanda; l'art. 2 prescriveva:  assolutamente
proibito contraddirmi. Il 3 aggiungeva: non fare l'imbecille
perch tu sei quello che si oppone alla rivoluzione. Il 4 ordinava
di rispondere immediatamente senza prendere il tempo di
riflettere. Il 6 proibiva di gridare forte durante la bastonatura
e l'elettroshock. L'art. 7 ingiungeva: aspetta i miei ordini. Se
non ci sono ordini, non fare nulla. Se ti domando di fare qualcosa
falla immediatamente senza protestare. L'ultimo articolo
comminava, per ogni disobbedienza a qualsiasi punto di tale
regolamento, dieci colpi di bastone o cinque scariche di
elettroshock.
In tal modo morirono anche gli ultimi quattordici prigionieri, che
i carcerieri al momento della resa abbandonarono incatenati ai
loro letti, le chiazze del loro sangue sparse sul pavimento. Cos
furono trovati da quanti fecero irruzione nel carcere, il 7
gennaio 1979.
Una delle ultime quattordici vittime era la giovanissima sorella
del direttore del carcere, un quadro di Pol Pot; fu eliminata
anche lei, come gli altri;  rimasta la sua fotografia, come
quella di tutte le altre vittime, perch i carcerieri con
burocratica meticolosit fotografavano i prigionieri prima e dopo
la loro morte, e, anzi, per ognuno riempivano un enorme fascicolo,
con tutta la documentazione che lo riguardava, da cui doveva
risultare comprovata l'accusa, che per tutti era quella di essere
agenti della CIA, o della KGB, i servizi sovietici, o dei servizi
segreti vietnamiti. Pertanto il passaggio di ogni prigioniero
attraverso il carcere, fino alla morte,  rimasto puntualmente
documentato; cos com' stato registrato il numero delle
esecuzioni quotidiane: quattrocento, cinquecento al giorno, con la
punta pi alta raggiunta il 27 maggio 1978 con 581 esecuzioni.
Delle ventimila vittime sono rimasti e sono stati trovati 14.449
fascicoli; ma sono rimasti anche i loro vestiti, i loro oggetti
d'uso. Uno dei quattro sopravvissuti, che  l'attuale custode di
queste memorie, ha ritrovato il suo fascicolo, che ci ha mostrato,
come ci ha mostrato i segni delle torture subite. Un altro dei
sopravvissuti era un artista, un pittore, Van Nat, che tornando
nel carcere ha affrescato sulle mura le scene del dramma vissuto:
le celle, due metri per uno, ricavate con dei tramezzi nelle aule
scolastiche, e i diversi sistemi di tortura.
Durante la prigionia Van Nat era stato costretto a dipingere
quadri di Pol Pot, e anche a fondere dei busti del dittatore, con
l'argento dei vasi e degli oggetti votivi sottratti alle pagode e
alle chiese distrutte. Anche le religioni sono state infatti
perseguitate: nulla  pi rimasto delle 2800 pagode e degli 82.000
bonzi, delle 108 moschee, dei 60.000 cattolici che c'erano in
Cambogia nel 1975.
